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29.05.2020
Briefe
Cara Roberta. Ein Briefwechsel zwischen Unbekannten in ungewöhnlichen Zeiten.

 

Cara Barbara!

 

Eccomi di nuovo a te.

Ma dove ti trovi che vedi i delfini? Sono davvero incuriosito da questa cosa… ti immaginavo qui, tra le montagne, come me!

Probabilmente lo sei, d’altra parte con questa situazione pandemica che seppure allentata continua a gravarci addosso (e temo lo farà ancora per molto) chi può muoversi? Immagino allora che a sinistra della tua scrivania ci sia una foto di delfini che giocano in un porto. Io stesso, se guardo davanti a me, vedo la tomba di Jimi Hendrix in una foto di tre anni fa che ritrae il mio amico fraterno Patrick e me a Seattle, in pellegrinaggio rock.

Bella l’immagine dei delfini, animali senza dubbio dall’intelligenza superiore: ne ho visto un branco una volta, anche se in realtà ero in cerca di balene e non di delfini!

Sì perché le balene, cara Barbara, con gli orsi e i cani della mia compagna, sono i miei animali preferiti. Non so se ti è mai capitato di vedere una balena dal vero, è un’esperienza fantastica, poter uscire in mare e ammirare gli animali più grandi del creato nel loro ambiente naturale, in totale libertà, senza restrizioni, gabbie, recinti o che altro a limitarne i movimenti. Una sensazione emozionante, vedere lo sbuffo d’acqua che emettono riemergendo in superficie, prima di rituffarsi in mare sbattendo sull’acqua quelle loro enormi code.

Sai che anche le balene saltano e giocano come i delfini? Non tutte chiaramente, ma le megattere lo fanno, sono le balene che mi piacciono di più e ho avuto la fortuna di avvistarle un paio di volte, la prima da lontano, in gruppo, alle Hawaii, la seconda vicino alla costa del Massachusetts: era una sola megattera ma si era avvicinata tantissimo al battello su cui mi trovavo.

Ti dirò, Barbara, che trovo curiosa questa attrazione, da parte mia che sono un montanaro, per un animale marino. E a proposito di mare mi riallaccio alla tua considerazione sul costruire un’Arca o almeno comprare un ombrello per salvarsi dal diluvio. L’altra sera c’è stata una pioggia molto forte qui, nulla di paragonabile ad un diluvio, certo, ma era da un po’ che non vedevo piovere così forte. Veniva giù a dirotto e il primo pensiero che ho fatto riguarda il bello dell’avere un tetto sopra la testa in questi casi. Avere una casa. Ed è una fortuna, ma talvolta lo diamo talmente per scontato che finiamo per non pensarci, nemmeno quando ci imbattiamo in un cosiddetto homeless. Poi, per carità, di acqua in testa ne ho presa tanta, come tutti, che fosse per assistere ad un concerto all’aperto, o durante una gita in montagna o semplicemente tornando a casa dal lavoro in bicicletta.

Ma a proposito di lavoro devo dirti la grande novità, Barbara! Dopo che nelle ultime settimane ero riuscito a lavorare tutti i giorni, ma a porte chiuse, adesso il Museo ha riaperto il portone al pubblico. C’è stato un sacco di fermento, non è stata una riapertura facile, e questo aiuta a percepire il polso della situazione. Perché non è ancora tornato tutto ad essere come prima. Credo anzi che il concetto di “come prima” sia una cosa che dovremmo cercare di toglierci dalla testa, non perché non sia realizzabile, ma proprio perché in un certo senso trovo giusto che ci si sforzi di imparare a capire che per quanto vicini possiamo arrivare a quel concetto, il “come prima” non sarà realizzabile. Ottimisticamente e un po’ idealisticamente vorrei piuttosto immaginare un “meglio di prima”. Ma mi sto addentrando nell’ambito dell’utopia.

Meglio, Barbara, tornare alla tua lettera. Mi piace da matti la tua idea che nessun corso di laurea possa sostituire un’accurata formazione del cuore. Del sentire col cuore. Non so quanti abbiano la fortuna che abbiamo noi, di aver potuto avvantaggiarci dall’aver avuto esempi come le nostre nonne o semplicemente di chi ci ha preceduti: sarà perché spesso mi sento disilluso a riguardo. Vedendo situazioni familiari alla deriva o al limite del disastro mi sento una rarità con i modelli familiari che ho alle spalle. Forse è proprio questa la ragione dell’empatia che provo per orsi e balene, mi sento in qualche modo una specie a rischio di estinzione.

E probabilmente lo sono. Non ho figli a cui trasmettere l’esempio di famiglia da cui provengo. Ma in senso più esteso quello che posso fare è quello di continuare a raccontare. Ma mi sto ripetendo Barbara, questa cosa te l’ho già scritta nella lettera precedente. Solo che è più forte di me, questo fatto del raccontare, del non dimenticare la storia, perché la memoria non vada perduta, del tramandare per ricordare, se non per non commettere errori già fatti, almeno per provarci.

Per me è una vera ricchezza trovare qualcuno che abbia piacere di ascoltarmi, come io ascoltavo mia nonna raccontarmi le storie di famiglia così come lei le aveva imparate sentendole dalla suocera con cui era andata ad abitare, lontano dalla sua valle d’origine, dopo aver sposato mio nonno. È pazzesco come proprio grazie ai suoi racconti si siano tramandate le storie di una famiglia che non era nemmeno la sua famiglia d’origine.

E ti confesserò che alcune di queste storie a volte le racconto a certi miei amici che ne sono avidi ascoltatori; non solo, a volte le racconto anche ai visitatori del Museo, inserendole nella Storia quella con la S maiuscola, che sono più che convinto sia fatta anche dalle persone della quotidianità, le persone semplici, piuttosto che da quei potenti che più che farla la sfruttano a loro vantaggio.

Oggi al Museo non è venuto nessuno, ma noi eravamo lì, se qualcuno avesse voluto vi avrebbe trovato un po’ di storia, sia quella con la S maiuscola, sia quella più “piccola”. Ma dopo mesi di cattività coatta forse il genere umano ha bisogno di sentirsi libero come i delfini e le balene e non ha né tempo né voglia per le storie.

E allora se un “come prima” ci dovesse essere, lo vorrei con la gente disposta ad ascoltare e a ricordare il passato. Per vivere meglio il presente, Barbara.

Non ti ho chiesto come stai… ma spero bene…

A presto, buona serata e un caro saluto.

 

Paolo

 

 

 

 

 

 

25.05.2020

 

Lieber Paolo!

 

Ich schaue nach links.

Delfine spielen im Hafen, ein Regenbogen schillert farbenfroh über einer prächtigen Villa mit rosa duftendem Oleander.

Ich schaue nach rechts.

Ein zerfranster Umzugskarton mit den Utensilien des gekündigten Bürojobs, ein Foto der fünfköpfigen Familie und eine Packung Xanax obendrauf.

Ich schaue nach oben.

Gewitterwolken am Horizont. Manche verziehen, andere brauen sich gerade zusammen. Welcher Gott über den Wolken sitzt, weiß ich nicht, aber es spielt keine Rolle.

Ich schaue nach hinten.

Unsere Großeltern haben die großen Kriege erlebt.

Heute wird anders gekämpft. Aber das Leid bleibt, kein Platz für Sieger. Links die Freiheitskämpfer, rechts die Gesundheitsapostel. Dazwischen der Schützengraben. Eine Staatsgewalt, die mit vereinten Kräften nicht nur den unsichtbaren Feind erdrückt, Argumente, die wuchtig ins gegnerische Feld geschleudert werden, die Moralinkeule, die bedrohlich geschwungen wird. Die Presse entzückt, die Masse verrückt. Medialer Hype. Das Virus der Panik gefährlicher als Corona. Habgier, Missgunst und Angst der Motor einer vielbedienten Kriegsmaschinerie. Wann und wo der Blitz einschlägt, können nicht einmal Meteorologen vorhersagen. Aber dass ein Gewitter aufzieht, kann sogar ich erkennen. Einfach den Wolkenbruch abwarten? Nein – die Arche bauen, Dächer sanieren, zumindest einen Regenschirm kaufen. Und andere unterstehen lassen. So sehe ich das, mit der Gegenwart. Und mit der Zukunft.

Aber weißt du, Paolo, weil du den Aspekt der Hoffnung ansprichst – weder ein naiver Optimismus noch eine apokalyptische Weltuntergangsprophezeiung werden etwas nützen, doch der Glaube an die Möglichkeit des Guten im Menschen und ja, vielleicht sogar an einen wie auch immer genannten Gott jenseits unserer Berge, können den Blick und unsere Handlungen auf etwas Größeres, Transzendentales hin ausrichten, das in unserer immer kleiner gewordenen Welt oft so schmerzlich fehlt. Woran unsere Gesellschaft erkrankt? Nicht nur an Corona, und das schon seit Längerem. Welchem Gott wir dienen wollen? Gesundheit als neue Götze, pfui Teufel. Wir glauben doch wohl nicht ernsthaft, ein funktionierender Körper sei unser höchstes Gut. In dieser Hinsicht dürfen wir Menschen wohl getrost größer von uns denken. Und besser. Damit wir dann auch eher größere und bessere Handlungen von uns selbst abverlangen. Unsere Großmütter haben es uns vorgemacht. Es ist schön, wie du über deine Oma schreibst. Meine hat mich auf mannigfaltige Weise inspiriert, ihr weiser Geist und ihr großes Herz wirken hinein in meine Gegenwart. Kein Studium ersetzt eine gründliche Herzensbildung, kein Titel ist Garant für Wohlwollen oder zumindest Anstand. Ein Wort, das aus der Mode gekommen ist wie das Konzept, das es umschreibt.   

Aber genug – es berührt mich, was du über das Erzählen berichtest, und diese Gabe lese ich aus jeder Zeile deines Briefes heraus. Mein Blick schweift auf die vielen bedruckten und beschriebenen Blätter vor mir. Poesien, Erzählungen, wissenschaftliche Texte, Tagebücher, To-do-Listen. Was Schreiben für mich bedeutet? Beschreiben, aufschreiben, umschreiben, verschreiben, anschreiben, ausschreiben, neuschreiben, gegenschreiben, wi(e)derschreiben, entschreiben.

Doch weißt du was? Seit ich das Wort „Hawaii“ gelesen habe, kann ich an nichts anderes als an Urlaub denken. Grüne Palmen, weißer Sandstrand und ein blaues Meer, das sich in einem noch viel blaueren Himmel spiegelt. Kein Wölkchen in der Luft, alle Gedanken und Sorgen wie weggeblasen. Eine kleine Alltagsflucht an die Quelle der Inspiration, ein Moment der Stille und der Einkehr, nur das gleichmäßige Atmen der Wellen, die schäumend an das Ufer rollen. Ich wünsche mir gerade in Zeiten wie diesen mehr Abstand vom Alltagsstress, vom Grübeln, vom Virus. Corona muss wieder aus unseren Köpfen verbannt werden, es tut uns nicht gut. Vergessen sollen wir es lernen, einfach vergessen, und da wirst du jetzt vielleicht lachen oder empört aufschreien, und das verstehe ich, aber sind es nicht gerade auch unsere vielzitierten Berge, die uns vom Gipfel aus, der Distanz wegen, die Dinge im Tal kleiner und klarer sehen lassen und unsere Perspektive wieder etwas zurechtrücken?

Ach, ich sollte mir neue Wanderschuhe kaufen. Und trainieren. Es ist anstrengend, eine Bergspitze zu erklimmen, aber dauerhaft viel beschwerlicher, den Anstieg nicht einmal zu versuchen. Natürlich, hinter jedem Berg ein neues Tal, das wissen wir Südtiroler, und doch stählt jede Besteigung unsere Muskeln für das Überwinden des neuen Massivs, das sich hinter der nächsten Biegung vor unseren Augen präsentiert. Und dann wieder Sandalen, Hängematte und ein Stapel guter Bücher am Strand. Gebirge und Meer, Tag und Nacht, Sonne und Mond. Irgendwo zwischen Mundschutz, Lippenstift und einer gemeinsam am Lagerfeuer geteilten Flasche Wein liegt wohl das Reich der Zukunft, in dem ich auch gern ein Stückchen Land bewohnen möchte. Mit Blumen in den Gärten, sauberem Wasser für alle und genug Brot und einem herzlichen Empfang für jeden neu ankommenden Gast.

Wieder muss ich an meine Großmutter denken, die trotz der vielen Entbehrungen weder verbittert noch selbstmitleidig wurde, sondern tatkräftig Herz und Haus für verwaiste Kinder und Notleidende öffnete und ein Leben lang demütig und würdevoll ihren Dienst am Nächsten verrichtete. Und dabei sogar die Fähigkeit besaß, voller Zuversicht in die Zukunft zu blicken, und, was wohl nur ganz wenigen von uns gelingt, die Gegenwart zu genießen. Ein wunderschönes Erbe, das sie mir hinterlässt, und für welches ich sehr dankbar bin.

Lieber Paolo, ich freue mich, wieder von dir zu hören.

Herzliche Grüße,

Barbara        

 

21.05.2020

                                                                                                                           

Cara Barbara!

 

Le ultime parole della tua lettera mi hanno portato alla mente una canzone di un rocker texano a me molto caro: vediamo le stesse stelle, il suo contesto era diverso ma il succo resta il medesimo, e vediamo le stesse montagne. E quindi, pur non conoscendoci, abbiamo già qualcosa che ci accomuna, oltre la scrittura naturalmente, che è il fondamento su cui si basa questo epistolario.

Di stelle so poco, ma amo le montagne, le amo di quell’amore/odio che spesso si finisce per provare per le cose che ci toccano maggiormente, amo guardarle ma odio il freddo, amo starci sopra ma odio il fatto di aver male alle ginocchia per poterci salire. Siamo fatti così noi esseri umani: caratteri e problematiche forgiati nell’arco di millenni e ormai non ci cambia più nessuno.

Mi piacciono le cime ma mi piace anche camminare in piano (probabilmente proprio per quel male alle ginocchia di cui ti dicevo), e mi piacciono i boschi, le radure, l’aria che si respira, il profumo di quell’aria, gli odori del sottobosco. Una volta camminavo davvero tanto sai? Però da qui a saperti dire quale sia la mia montagna preferita, beh, mi metti un po’ in crisi. Non tanto perché non ne abbia una, ma perché credo sia un po’ come il famoso libro da portare su un’isola deserta. Dipende da quando te lo chiedono, dal tuo stato interiore del momento credo, non tutti i giorni si finirebbe col dire lo stesso titolo, e poi diciamocelo, un libro solo per l’isola deserta è un po’ poco.

In questo momento sento che è un po’ la stessa cosa con le montagne. Ti potrei dire il Mauna Kea, un vulcano altissimo delle Hawaii, non ci sono mai stato sopra, l’ho visto da sotto, ma si trova su un’isola che mi piace molto e dove mi rifugio con la fantasia quando sento la nostalgia del viaggiare. John Steinbeck, il mio autore preferito, diceva che qualcuno viaggia per scrivere libri, qualcun altro scrive per viaggiare con la fantasia, io mi sono sempre sentito un po’ nel mezzo.

Ma tornando alle montagne, potrei dire anche quelle della Val Passiria, dove ho il ricordo permanente di un bellissimo trekking di cinque giorni, o il Becco di Filadonna, una piccola cima trentina con un panorama mozzafiato. Più prevedibilmente dirò invece le Dolomiti, le montagne di casa, quelle che vedo dalla mia città, il Catinaccio col suo profilo che domina la mia Bozen Town. È la montagna che vedo tutti i giorni recandomi al museo per lavorare, ed è quella che mostro ai visitatori del museo quando li accompagno in cima alla torre, raccontando loro qualche storia legata alle montagne che vediamo, perché questa è la cosa che mi viene meglio in fondo: raccontare. Tu di cosa scrivi di solito, Barbara?

Raccontare è l’essenza della mia vita, di qualunque tipo di racconto si tratti, l’ho ereditato da mia mamma e da mia nonna, è tutto nel DNA, allo stato puro. L’importante è trovare qualcuno disposto ad ascoltarti, altrimenti è dura a raccontarsela da soli. Penso a mia nonna e mi chiedo cosa avrebbe pensato di tutta questa storia della pandemia, lei che aveva visto due guerre mondiali e la famosa epidemia spagnola… Nonostante ora avrebbe molto più di cent’anni e considerata l’educazione che aveva ricevuto, credo che non l’avrebbe considerata un castigo divino. Era una donna illuminata.

Anche se la religione cristiana per troppi secoli ha raccontato alla gente di un dio punitore, severo e temibile. Per certi versi un po’ l’opposto di quegli dei dell’Olimpo di cui mi scrivi nella tua lettera: quelli a confronto erano divinità da operetta, se così possiamo dire, capaci di cattiverie indicibili, certo, ma pieni di difetti: invidiosi, peccatori incalliti e cialtroni proprio come quegli uomini che se li erano inventati così, a propria immagine e somiglianza. Tutto l’opposto del dio dei cristiani. E di quello degli altri monoteisti.

Mi sto addentrando in un territorio minato, e ne esco prontamente prima d’impantanarmi. Quello a cui volevo arrivare era il punto della tua lettera in cui fai riferimento alla desertificazione e ai cambiamenti climatici, un tema che ci tocca tutti da vicino, uno dei tanti nei cui confronti mi sento al tempo stesso impotente e colpevole: impotente perché non vedo a che serva la mia raccolta differenziata dei rifiuti (che continuo a fare comunque) nel momento in cui vediamo crearsi interi atolli di plastica negli oceani; colpevole in quanto sono pienamente consapevole che rinunciare a tante irrinunciabili comodità dei nostri tempi potrebbe essere d’aiuto all’ambiente.

Una cosa che mi ha colpito di questa emergenza virale è stato vedere come la clausura coatta abbia portato, almeno nella prima fase, ad un temporaneo spopolamento delle zone antropizzate, e mi riferisco proprio alle nostre zone alpine: con la gente chiusa in casa forzatamente, in un paio di paesi del Trentino ci sono stati casi di animali selvatici (orsi e stambecchi) che si sono avvicinati ai centri abitati/disabitati fino al punto di entrarvi arrampicandosi sui balconi. Non riesco a non pensare che sia un effetto della quarantena. Ti pare?

Più che un castigo, mi viene da pensare ad un ammonimento da parte di madre natura, a buon diritto arrabbiata per come la trattiamo.

Qualcuno pensa che ormai il peggio sia passato. Sai Barbara? Io non riesco ad averne la certezza. Le guerre viste dai miei nonni e dai miei genitori sono state sicuramente peggio, ma non me la sento di mettere la parola fine su quest’esperienza inattesa e ancora senza rimedio. Provo ad essere ottimista, ma l’orizzonte mi pare fosco e minaccioso. Mi metto nei panni di chi come te ha bimbi piccoli, immagino che sia un dovere morale sperare in un futuro sereno, per loro almeno. D’altra parte, come scrivevi, i semi sparsi oggi fanno crescere i fiori di domani e, guardandomi attorno in questa pazza primavera senza precedenti, vedo la natura andare avanti, alla faccia di questa nostra difettosa razza umana.

E su questa dichiarazione di positività (non al virus!), ti auguro una buona serata, a presto,

aloha, come si dice all’ombra del Mauna Kea

 

Paolo

 

 

 

 

                                                                                                                   18.05.2020

Lieber Paolo!

 

Es ist Abend und ich blicke ein letztes Mal aus dem Fenster, bevor ich die Jalousien schließe. Vor mir ragt die Zielspitze in den schwarzen Himmel, nebelverhangen, wie der Olymp, auf dessen Gipfel die Götter hausen, im Verborgenen. Die Zielspitze ist mein absoluter Lieblingsberg. Ich war aber noch nie oben. Hast du einen Lieblingsberg, Paolo?

Wo die Götter hin sind, frage ich mich. Ob sie auch husten und röcheln, oder ob sie im Schatten ihrer Unantastbarkeit ihrem ewigen Leben frönen, fernab von jeglichem menschlichen Leid und Sterben, im Glanze der Unendlichkeit. Langweilig eigentlich, nicht wahr, aber faszinierend erhaben in einem Sumpf kurzlebiger Geschöpfe und deren Erzeugnisse. Häuser auf Sand, manchmal nur Marmor, aber die Desertifikation schreitet gerade in Zeiten wie diesen unerhört voran, vielleicht auch der Klimawandel dran schuld. Ob der geistige Schrott der dunklen Materie gleicht, die die Sterne am Himmel erst zusammenleimt? Der Schein heller Ideen wirkt lang, aber wir wissen heute, dass ihr Licht oft erst die Weltbühne erreicht, wenn der Himmelskörper dahinter schon lang erloschen. Und dann ist es manchmal zu spät. Nur noch bunter Sternenstaub, der sich tröstlich auf das matte Grab legt. Nebel eben, wie er die Zielspitze heute großzügig umbauscht. Nicht ein Lichtstrahl ringt sich durch zu uns. Dabei hatte mich die letzten Wochen hinweg immer wieder ein helles Leuchten rechts des Gipfels fasziniert, nicht der Sirius, vielleicht die Venus oder der Merkur. Sie sollen sich ja momentan auf derselben Höhe befinden, von hier unten aus gesehen. Dabei ziehen die beiden Planeten ihre Kreise auf völlig verschiedenen Umlaufbahnen. Aber hier für das ungeschulte Auge zum Verwechseln ähnlich. Tückisch. Doch ich kenne mich mit Astronomie nicht aus. Manchmal betrachte ich die Flut der Informationen und Gegeninformationen und weiß nicht, auf welcher Seite ich der Sonne näher bin. Kennst du dieses Gefühl, Paolo?

Ich spüre dann nur dieses wachsende Unbehagen und dieses vereinnahmende Bedürfnis, es in Worte zu fassen, zu artikulieren, ja hinauszuschreien in eine abgestumpfte Welt, die sich schon längst an alles und viel mehr gewöhnt hat und mühselig ihren Ballast Umdrehung für Umdrehung mit sich wälzt. Doch dann ertappe ich das Rotieren meiner Gedanken, die sich ebenso beschwerlich im Kreise drehen und vergeblich plagen, im Hamsterrad der genormten Scheinwirklichkeit mehr als nur die Denkmühle selbst zu bewegen. Und schließlich erkenne ich, dass mir schlecht wird von diesem ständigen Purzelbaumschlagen und ich mache einfach nicht mehr mit, aber der Schädel schwirrt noch immer, und die Welt scheint abwechselnd kopfzustehen. So falle und erhebe ich mich, taumle und stehe, irre und erringe ich, den Blick fest auf den geliebten Gipfel gerichtet, besser noch auf das Himmelslicht daneben, so fern und doch so nah, auf der Suche nach einer Wahrheit, die es gibt, nicht in tausend Scherben, zersprungen im Fall, sondern rein und rund wie die gläsernen Murmeln der Götter, die sich damit im Schatten der Wattewolken die Zeit vertreiben. Ob sie herabblicken und lachen, frage ich mich, angesichts des rührseligen Auslotens unserer viel zu straff gezogenen Grenzen. Mauern und Zäune, jetzt wieder maschinengewehrbewacht. Aber was nützen mir das Spielen des Zeus, der Hera und deren Kinder, während unsere auf Leistung getriggert in einer nicht nur seit Corona viel zu beengten Welt hergetrieben werden vor dem kategorischen  Imperativ eines perversen Wirtschaftssystems, dessen Höher-Schneller-Weiter in keinem Maße mit einem ethischen, geistigen, sozialen oder emotionalen Fortschritt zu korrelieren vermag. Ich jedenfalls wünsche mir keine Vergeltung jenseits des Olymps, sondern ein bisschen mehr Himmelreich auf Erden. Es ist zum Greifen nah. Außerhalb des eigenen Kosmos Ich, einen Schritt vom Du und eine Armlänge vom Wir entfernt. Hier fängt die Freiheit an, ein wirklich dauerhaftes Licht an dem Himmel zu entzünden, auf den wir alle und auch zukünftige Generationen aufblicken werden, klagend, weinend, verzweifelt und lachend, dankend, hoffnungsfroh.

Die Nacht ist sehr dunkel und kalt, ungewöhnlich kalt für diese Jahreszeit. Der Mensch braucht wieder Wärme und Nähe in dieser pseudokontaktreichen Gesellschaft, deren Losigkeiten sich schon längst in die Herzen der Menschen gefressen haben. Freudlos, kontaktlos, hoffnungslos, energielos, ziellos, mutlos, ruhelos, interessenlos, tabulos, schamlos, wertelos. Virale Verbreitung. Unbemerkt und tödlich. Corona als Symptom einer krankenden Gemeinschaft. Leiber gehen zugrunde, Seelen auch – das war des Dramas erster Akt. Regisseure besprechen sich, passende Akteure werden gecastet, das Publikum ist erstarrt vor Schreck. Aber einzelne Stimmen erheben sich, der Chor wird immer lauter, ich mittendrin. Es ist schon spät, wahrscheinlich ist der Mond schon aufgegangen, nur sehen kann ich ihn nicht. Jede Krise birgt auch Chancen, herrschende Missstände können behoben und ein Neuanfang gewagt werden. Die Herausstellung der Würde, ein dem Menschen wirklich gemäßes Leben, eine humanere Welt – das sind keine Träumereien zu schläfriger Nachtzeit, das ist vielmehr das Gebot der Stunde für uns alle. Gedanken, Ideen, Visionen führen zu Handlungen und konkreten Ergebnissen im Hier und Jetzt, auf dessen Boden der versprengte Samen von heute zur Blume von morgen gedeihen wird.

Nun grüße ich dich herzlich, lieber Paolo, und freue mich darauf, von deiner Gedanken- und Lebenswelt zu erfahren. Ich kenne dich nicht - aber wir blicken auf dieselben Sterne und dieselben Berge, das fühlt sich vertraut an.

 

Liebe Grüße,

Barbara

 

Den Briefwechsel in voller Länge finden Sie auch auf www.literatur.ist und den Webseiten unserer Partner. Initiiert wurde "Cara Roberta." von literatur:vorarlberg netzwerk und Literaturhaus Liechtenstein, in Kooperation mit Literaturhaus & Bibliothek Wyborada.

Foto (c): Michi Lintner