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Lontana sono dal mondo, ciò che vedo, leggo è tempo scorso, minuti finiti. Che sempre, fuori così tanto succede fino al racconto e ogni volta sono stata assente.
Roberta Dapunt

È nata nel 1970 a Badia, dove vive.

Pubblicazione in varie riviste letterarie e antologie.

 

Tra le raccolte pubblicate

  • la terra più del paradiso (2008), Giulio Einaudi editore.
  • Nauz. Gedichte und Bilder, in ladino con la traduzione in tedesco curata da Alma Vallazza (2012), editore Folio.
  • le beatitudini della malattia (2013), Giulio Einaudi editore.
  • dies mehr als Paradies, la terra più del paradiso, traduzione in tedesco curata da Versatorium e diretta da Peter Waterhouse (2016), editore Folio.
  • Nel 2014 in occasione del festival ‹Wege durch da Land› Nordrhein-Westfalen è uscito per la casa editrice omonima il discorso di apertura ‹Rede an die Sprache, un discorso semplice›.
  • Nel 2015 è stata presentata la prima esecuzione di Nauz, composizione scritta da Eduard Demetz.
  • Nel 2016 è uscito il film NAUZ di Jochen Unterhofer e Florian Geiser, Ammirafilm.
  • Nel 2017 CAR(D)O, un dialogo tra poesia, scultura e pittura (Lois Anvidalfarei, Gotthard Bonell), mostra nel Museo storico-culturale di Castel Tirolo.
    Nel catalogo il CD che presenta la sacra conversazione, in collaborazione
    con il compositore e violinista Marcello Fera.
  • Nauz, versi ladini (2017), traduzione italiana dell’autrice, Il Ponte del Sale editore sincope (2018), Giulio Einaudi editore.

+ estratti

Vers ladin, tan rî che al é te scrì.

Ciara da finestra fora y vëiga dantadüt tëmp y sajun,

degun pinsier a jënt ladina, degun paîsc nadè.

Tan püćia crëta a mia confesciun,

n Pater, Ave, Gloria vigni iade da pié ia.

Dejciolè raîsc, desraijé ödli y orëdles, madër s’un trà

y lascè jì pîsc y mans fora por pastöra plö grassina.

Miorè, ingrassè parores y punt d’odüda

y tla finada ćiarè zoruch da n cucher ite.

 

 

 

Ladinisches Gedicht, wie schwer es mir fällt, dich zu schreiben.

Schaut aus dem Fenster und sieht vor allem Wetter und Jahreszeit,

kein Gedanke an die eigenen Leute, kein Heimatdorf.

Beim Fortgehen immer ein Stoßgebet zum Himmel,

so gering ist das Vertrauen in meinem Glauben.

Wurzeln lösen, Augen und Ohren entwurzeln, nicht bleiben

und Hände und Füße auf saftigere Weiden treiben.

Wortfelder düngen, Sichtweisen mästen,

und dennoch der Blick wie durch ein Guckloch zurück.

 

Nauz, Folio Verlag, 2012

ins Deutsche übersetzt von Alma Vallazza

 

 

 

Tan ri tëmp te chësc altonn nia da mudé,

zënza palsa la plöia. Mia orela cürta danter ciarü y frëit,

rodi iö cër ćiasa ia, sciöche a spazier te raiun forest,

por tan che sëmena oramai pestada fora,

scomöi i vari śëgn plö co mai.

 

Vëgneste tö, val’un, incö a me ciafè?

Te chësc lüch co ghira sciöche unica compagna la fedelté.

Insciö sunsi sentada sön banch dan porta, nagules timples.

Tres sunsi iö ćiamò chilò, sciöche te n ofize d’onur.

Mi pëgn por chësc podest, la surité.

 

 

So schlecht das Wetter in diesem unveränderlichen Herbst,

Regen unverdrossen. Inmitten von Nebel und Kälte halte ich inne,

gehe ums Haus, wie bei einem Spaziergang in der Fremde,

auf ausgetretenem Weg

zögert der Schritt nun mehr als zuvor.

 

Kommst du, jemand, mich heute besuchen?

Auf diesem Hof, dem die Treue einzige Gefährtin ist.

So sitze ich auf der Bank vor der Tür, regennass die Nelken.

Immer noch bin ich hier, als bekleidete ich ein Ehrenamt.

Und der Preis für diese Kanzel die Einsamkeit.

 

Nauz, 2012, Folio Verlag

ins Deutsche übersetzt von Alma Vallazza

 

 

 

Come scrivere altro, altre immagini

se quieta sera mi raccoglie sempre uguale,

che le storie tristemente volute e contorte

rendono simili i versi al dare saggio della propria bravura.

Niente di tutto ciò mi lega, che intorno al corpo

ho intera l’umana condizione, colei che si addormenta

per stanchezza e spessore di mano.

Sottratta vita a ogni profanazione, per sacro sentire

l’odore indubitabile delle mani d’inverno.

È odore di stalla, di latte e di urina,

di fieni concilianti al freddo e nel mite lume

raccogliere in uno sguardo l’ordine in un fienile.

 

Ciò è per me intelletto, facoltà di intuire il rapporto

nella pratica del rigore. Nulla dipende dai nostri umori soltanto,

niente dalle nostre possibilità creative.

A cosa serve sapere e compiacersi del sapere

se non per distinguere un filo d’erba da un altro.

 

  

le beatitudini della malattia, 2013, Giulio Einaudi editore